Perché i dati geografici possono essere liberi

Una risposta articolata a chi tenta di screditare qualita' e valori dei progetti collaborativi

Internet è grande, e rispecchia fondamentalmente le persone che lo popolano. Ogni tanto può capitare di imbattersi in affermazioni bislacche. Tanto per dirne una, oggi mi è capitato di leggere un articolo di Renzo Carlucci su RivistaGeomedia, che merita un'analisi punto per punto (considerato che non ho niente di meglio da fare). L'ottimo Maurizio Napolitano ha ampiamente risposto anche sul suo blog, leggete prima di tutto lì; questo è un post per l'uomo della strada.

  • Coloro che hanno investito nella acquisizione dei dati cartografici devono giustificarne i costi.

"Coloro che hanno investito nella redazione di un'opera enciclopedica devono giustificarne i costi." Sembra quasi di sentire il signor Treccani dopo aver scoperto l'esistenza di en.wikipedia. Fornire a tutti i cittadini il libero accesso alla cultura e alla conoscenza del territorio mi sembra una giustificazione più che sufficiente.

  • Una amministrazione che mettesse in completa libertà il dato geografico potrebbe andare contro agli attuali principi economici della "sostenibilità" dei progetti tanto raccomandata a livello di Unione Europea.
  • Un progetto cioè che prevede di investire migliaia di Euro in cartografia non può prevedere che il bene rinveniente venga poi messo gratuitamente a disposizione di tutti. Per lo Stato o per la stessa amministrazione sarebbe una perdita non giustificata.

Credo che qualcuno debba spiegarlo anche al governo degli USA, da quelle parti vige la regola che "tutto ciò che è prodotto con soldi pubblici, appartiene ai cittadini e quindi non è coperto da diritto d'autore" (geodati compresi). Il nome TIGER dice niente?

  • Il diritto di "copia" quantomeno, relativo al solo risarcimento dei costi, andrebbe ripartito, come è in uso per tutta la pubblica amministrazione, su chi ne fa richiesta.

Momento, momento, momento: ricapitoliamo. Un qualsiasi cittadino italiano onesto paga le tasse, e finanzia in questo modo l'apparato statale che dovrebbe offrirgli dei servizi. Con quei soldi, le regioni ed i comuni organizzano e aggiornano la cartografia. Adesso, gli si chiede di pagarla di nuovo? C'è qualcosa di completamente sbagliato sotto questa asserzione, ma l'approfondirò più avanti.

  • E allora ci chiediamo a questo punto come può essere possibile pensare che un dato geografico "onesto" nel senso della sua qualità possa essere liberato e ceduto gratuitamente. Se così fosse altro non sarebbe che un dato “declassificato” come si usa dire negli Stati Uniti [ancora con gli USA?] di poca utilità ai fini di un serio professionista che nel realizzare un progetto debba dimostrare al suo cliente la qualità della base cartografica adottata.

È chiaro che c'è un fraintendimento, ed ha a che fare con il "versionamento" dei dati. Potenzialmente, un dato generato in maniera collaborativa è perfetto per il proprio navigatore GPS, per organizzare una manifestazione, per la cartografia turistica; allo stato attuale del progetto, non lo userei per progettare un palazzo. Ed è qui che entra in gioco il versionamento. Quello che qui si sta proponendo non è di "liberare" il dato generato dalle pubbliche amministrazioni per aggiungerlo in un database collaborativo e usare solo quest'ultimo come riferimento assoluto. Quello che si propone è rendere automaticamente disponibili tutti i dati generati dalle pubbliche amministrazioni in pubblico dominio, così che tutti i cittadini possono farci ciò che credono. La versione "di riferimento" per le opere di alta precisione sarà sempre quella rilasciata ufficialmente dalla PA, ma si darà in questo modo a tutti la possibilità di integrare questi dati nei propri database, per gli scopi più disparati. Nessuno costringe gli architetti ad usare OSM.

  • Diverso è invece pensare alla usabilità di un dato geografico qualificato, come alcune amministrazioni distribuiscono oggi attraverso piattaforme certificate, che faccia parte delle stesse infrastrutture primarie sulle quali appoggiamo quotidianamente la nostra vita.

Infatti, qui nessuno vuole demolire il dato "certificato". Vedi sopra.

  • Il dato geografico dovrà essere trattato alla stregua di tutte le altre infrastrutture primarie, pagandolo allo stesso modo in cui paghiamo l’energia, la comunicazione e i trasporti. Nel rilascio di un certificato di destinazione urbanistica si dovrà addebitare il costo cartografico e catastale della stessa.

Il cittadino, come sempre paga due volte. Un punto di vista comodo, ma non corretto dal punto di vista etico, IMHO.

  • Un dato geografico "libero" come molti pensano sarebbe un enorme danno alla economia dello stesso settore geografico già sofferente.

Bene, siamo tornati al medioevo. È un'affermazione così palesemente poco aggiornata sullo stato delle cose a livello internazionale che non merita una risposta più lunga di un link. Persino ESRI ha riconosciuto l'utilità dei geodati aperti, mica cotica. Questa è roba che salva le vite, non scherziamo.

  • Chi si fiderebbe mai di una qualsiasi elaborazione realizzata su un dato gratuito, non certificato? Pensiamo a quante e quali manipolazioni potrebbero avvenire!

Eppure, chi ha dovuto portare i soccorsi ad Haiti, si è fidato ciecamente. Meglio di così, in fondo, non poteva andare.

  • Un[']ultima considerazione: al di la di quello che può essere la sperimentazione o il diletto, affidereste mai la vostra navigazione ai dati “liberi” ? L’affidabilità completa sulla navigazione stradale oggi non l’abbiamo neanche dai dati Teleatlas, notoriamente costosi. E voi affidereste gli spostamenti delle vostre merci a sistemi così poco affidabili? Provate pure, usate un navigatore con dati liberi e fatemi sapere.

Come ha spontaneamente osservato il buon David Paleino, non mi risulta che TeleAtlas abbia decine di migliaia di operatori che girano il mondo rilevando strade ed esercizi commerciali. E poi... bang!

In My Honest Opinion

Le argomentazioni proposte dal prof. Renzo Carlucci sono dettate dal timore tipico di chi vede minacciato il proprio orticello. In un Paese con un'economia flessibile, che incoraggia ed invoglia i propri cittadini alla cultura, alla conoscenza e all'innovazione, l'open data viene recepito come uno stimolo, non una minaccia. Invitare i cittadini a conoscere il proprio territorio divulgando i dati geografici liberamente e gratuitamente non mi sembra una posizione controproducente. Al contrario, divulgare i dati nella maniera più economica e flessibile a propria disposizione significa dare a tutti gli strumenti per poter prendere l'iniziativa e agire sul territorio. Poniamoci delle domande: i cittadini sanno quali sono le zone archeologiche del proprio comune? Sanno dove sono ubicate le discariche? Si sono mai interessati della dislocazione delle aree a rischio idrogeologico? Allora, è meglio che i cittadini sappiano o che rimangano assopiti nel medioevo della partecipazione sociale?

Nota a margine

Il prof. Carlucci sa bene che l'onere della prova spetta a chi fa un'affermazione, non a chi vuole smentirla. Sarò felice di riportare e pubblicare link e casi concreti a supporto delle affermazioni di Carlucci, qualora ne vengano mostrati. Fino ad allora per quanto mi riguarda, lo dico senza offesa, si tratta solo di FUD, ovvero informazioni "negative, vaghe, inaccurate". Show us the code!